Ognuno Muore Solo Di Hans Fallada Bibliography

WIKI SAYS: Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen adottò lo pseudonimo Hans Fallada ricavandolo da due fiabe dei fratelli Grimm: Hans im Glück e Die Gänsemagd.

Il più modesto Nood-Lesse attinse dalla storia di un gangster ebreo che leggeva Jack London seduto sul water. È condizionante l’idea che ci si fa di uno scrittore affrontando la sua opera? Ho messo il libro in lettura senza sapere niente di Fallada, ho finito per credere che fosse un contemporaneo, qualcuno che documentandosi aveva scritto un libro sull’opposizione di alcuni tedeschi al nazismo. Fallada morì nel 1946, questo è il suo ultimo libro e questo è lui nella prefazione (che come di consueto ho letto dopo aver terminato il romanzo)

-Le vicende narrate in questo libro seguono a grandi linee gli atti della Gestapo sull'attività illegale svolta dal 1940 al 1942 da due coniugi berlinesi del ceto operaio. Solo a grandi linee: un romanzo, infatti, ha le sue leggi e non può seguire in tutto la realtà.-

Fallada, Marìas, Roth, Kundera.. la maggior parte degli scrittori sembrano essere in possesso delle tavole su cui quelle leggi sono impresse, noi lettori lo siamo? Quando un romanzo è ben fatto (questo lo è in molti passaggi) io dimentico che vi siano delle leggi e lo uniformo alla realtà, vivo ciò che leggo senza pormi questioni d’opportunità. È questo ciò che cerca un lettore di romanzi? Essere rapito da una storia? Vivere un’altra vita in potenza? Per un paio di settimane sono stato il capoofficina Otto Quangel dall’aguzza faccia d'uccello e gli occhi scuri. Un individuo votato al lavoro, taciturno, scostante, all’apparenza innocuo, vissuto sotto il regime più sanguinario del ventesimo secolo. Un figlio ucciso in guerra, una moglie accondiscendente, fedele che un giorno sente la delusione morderle lo sterno:

Dio mio, che cosa aveva immaginato quell'uomo! Essa aveva pensato a grandi imprese, (e ne aveva anche avuto paura) a un attentato al Führer, oppure almeno a una lotta attiva contro i "bonzi" e contro il partito.
E che cosa voleva fare, lui? Nulla, qualcosa di ridicolmente meschino, qualcosa che era proprio nel suo stile, qualcosa di tranquillo, per conto suo, qualcosa che non avrebbe disturbato la sua pace. Voleva scrivere cartoline, cartoline postali con appelli contro il Führer e il partito, contro la guerra, per illuminare la mente del prossimo, e basta. E queste cartoline non le voleva mandare a determinate persone o incollarle sui muri, no, le voleva mettere in terra per le scale di case molto frequentate, abbandonarle al loro destino, senza sapere chi le avrebbe raccolte, e se subito dopo non le avrebbero calpestate, lacerate... Tutto in lei si ribellava a questa guerra senza pericoli, combattuta nell'oscurità. Lei voleva essere attiva, bisognava agire in modo da vederne subito il risultato!

Scrivere delle cartoline. Chi ne scrive più, oggi? Per altri motivi ne venivano scritte poche anche al tempo del Fuhrer. Saranno proprio quelle cartoline a diventare protagoniste del romanzo. L’intreccio fra i personaggi che ruotano intorno a Otto e Anna è quasi ottocentesco, li ritroviamo lungo tutta la narrazione oppressi o spalleggiati dal regime a seconda della loro appartenenza al partito.
Il titolo del romanzo è molto significativo, è una verità inoppugnabile, un destino che attende oppressi, oppressori, lettori sul water, lettori sul divano, lettori in spiaggia “quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare ed è per questo che la storia dà i brividi perché nessuno la può fermare” (Nemmeno i nazisti ci sono riusciti)

«Il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo» (Primo Levi). Ognuno muore solo (uscito nel 1947) è basato su una storia vera, rielaborazione letteraria dell’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz’età. Hans Fallada, massimo autore del neorealismo weimariano, ormai alcolizzato, dipendente da farmaci, ripetutamente incarcerato e rinchiuso in istituti psichiatrici, ricevette l’incartamento da autorità della ricostruzione e scrisse l’opera nel tardo 1946, in ventiquattro giorni, appena prima di morire. Eppure, questo ritratto raggelante, della Germania sotto la doppia angoscia del nazismo e della guerra, è rimasto dimenticato a lungo e vive solo oggi una nuova stagione anche grazie alla trionfale scoperta e pubblicazione in America. Ciò, malgrado possegga, oltre il valore letterario e storico, tutte le qualità che assicurano un’esperienza di lettura toccante. La tensione livida, paragonata al primo Le Carré. L’azione corale di un gran numero di personaggi mai stereotipati, benché più istintivamente gran parte di loro ispirerebbe o repulsione disgustata o eroico entusiasmo. La trasfigurazione, nel racconto oggettivo privo di ogni espressionismo, dell’esperienza ambientale di chi, forse unico tra gli scrittori antinazisti già affermati, non emigrò mai, continuando a respirare il potere totale hitleriano. Una spietata caccia all’uomo, con tanto di bandierine sulle carte, guidata da investigatori tanto tecnicamente capaci quanto irrazionalmente mossi da un fanatismo assurdamente sproporzionato agli scopi. E probabilmente le ragioni dell’oblio e della riscoperta stanno appunto nel fatto che è un romanzo sulla resistenza. Un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione. Contrastante, quindi, con il luogo comune di un Hitler che non conobbe oppositori tra la gente ordinaria, unita nella colpa collettiva. Fallada racconta di poveri eroi. Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Führer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore. L’autore li illumina, scorgendo in loro una specie di coscienza della nazione, rappresentata dai tanti volti intorno, espressioni di un popolo spaccato in due, chi odia e opprime e chi è sepolto nella sua paura.

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